È stato appena pubblicato: FRAMMENTI DI PSICHE – Processi traumatici complessi e psicologia analitica

È stato appena pubblicato: FRAMMENTI DI PSICHE – Processi traumatici complessi e psicologia analitica

 

Dalla Prefazione di Vittorio Lingiardi

Il libro che state per leggere grazie alla cura di Massimo Germani e Marigia Maulucci, fin dal titolo si lascia alle spalle una concezione del trauma unitaria e “semplice” a favore di una visione multipla e “complessa”. Un lavoro che potremmo sintetizzare in tre principali intenti: il recupero delle intuizioni janettiane sulla dissociabilità della psiche; la costruzione di un dialogo tra clinica del trauma complesso e psicologia analitica junghiana e post-junghiana, soprattutto a partire dai concetti di dissociazione psichica e di complessi autonomi a tonalità affettiva; la promozione di un modello junghiano del trauma in grado di dialogare e integrarsi con la psicopatologia clinica contemporanea e le più recenti acquisizioni della neurobiologia.

Per citare il famoso passo che Henri Ellenberger (1970) dedica all’opera di Janet, potremmo dire che “Frammenti di Psiche” si propone di riportare alla luce e poi in vita nuovi quartieri della «grande città sepolta sotto le ceneri». A quanto ne so, infatti, quello tra processi traumatici complessi e psicologia analitica è un incontro che finora si è svolto solo in modi parziali (Kalshed, 1996, 2013) o episodici (Vezzoli, 2020; ma si veda anche Shamdasani, 2003). In ogni caso mai completi e (ri)fondativi come in questo volume

Grazie a questo libro possiamo ritrovare un pensiero junghiano da connettere al futuro della clinica del trauma. Come scrivono i Curatori, la cifra di questo lavoro è la «contaminazione», intesa non come forzata sommatoria di “frammenti teorici”, ma come intreccio fecondo di prospettive interdisciplinari. Sarebbe lungo soffermarsi su ogni singolo capitolo, mi limito a elencare l’indirizzo dei principali contributi: storico-modellistico, teorico-clinico, diagnostico, psicologico analitico, psicopatologico, neurobiologico. Inoltre, considerato il mio antico impegno sul versante diagnostico, trovo che tra i molti aspetti encomiabili di questo volume ci sia l’apertura, priva di ogni pregiudizio, all’intera galassia diagnostica dei processi traumatici.

Come leggiamo nel solido capitolo introduttivo che Massimo Germani, forte anche della sua notevole esperienza clinica nella cura dei sopravvissuti a tortura e violenza estrema, dedica ai nuovi paradigmi della psicopatologia dei traumi complessi, «….nei disturbi di tipo post-traumatico complesso, risulta centrale l’intima correlazione tra esperienze traumatiche, in particolar modo di tipo interpersonale, ripetute e/o continuative, vissute in regime di coercizione o impossibilità alla fuga, e il vasto campo dei disturbi dissociativi». Viene sottolineato come tra di essi non esista un nesso causale di tipo lineare e obbligato, ma che i fattori implicati sono numerosi e di varia natura. È la giusta perorazione di una visione sempre binoculare. «È da tenere presente la concreta possibilità di trovarsi di fronte a una dissociazione sine trauma o a un trauma sine dissociazione», conclude Germani, elencando alcune ragioni di questa assenza: gli imperscrutabili percorsi della memoria, le reticenze che mettono radici di vergogna o di colpa, il pulviscolo della trasmissione transgenerazionale e molto altro.

Nelle Considerazioni generali sulla teoria dei complessi, Jung afferma con una certa ironia che oggi tutti sappiamo di avere dei complessi, senza però sapere che i complessi hanno noi. «L’ingenua premessa dell’unità della coscienza», prosegue, «e della supremazia della volontà, è posta seriamente in dubbio dall’esistenza del complesso». Fino a dare per certa «l’ipotesi che i complessi sono parti autonome della psiche» e che «la loro origine è sovente un cosiddetto trauma, uno shock emotivo e simili, a causa del quale una parte della psiche si è distaccata»

Come testimonia il libro curato da Germani e Maulucci, questo distaccarsi di parti della psiche produce la complessità clinica del trauma, le sue sequele psicopatologiche e le sue risposte dissociative. Chi lavora con pazienti traumatizzati, soprattutto se con traumi prolungati e in età precoce, si confronta ogni giorno con le loro disregolazioni emotive e affettive (di rabbia, colpa, vergogna, impotenza), le credenze patogene, i problemi di mentalizzazione, gli stili relazionali, i meccanismi di difesa.

La dissociazione non è un fenomeno tutto-o-nulla e il suo “spettro” si muove da esperienze comuni alle forme più estreme. Anche nel lavoro con pazienti non traumatizzati e, nel caso non lo fossimo, con noi stessi, spesso ci confrontiamo con un funzionamento discontinuo e microdissociativo, e con l’illusione integrativa che lo maschera.

«L’unità della coscienza è una pia illusione», chioserebbe Jung (1939-54). Non è dunque piuttosto junghiano-janettiano il punto cruciale della teorizzazione di Bromberg (1993) per cui «le esperienze del Sé originano da stati del Sé relativamente disconnessi, ognuno coerente nella propria giustezza, mentre l’esperienza di un Sé unitario […] è un’illusione adattiva acquisita con la crescita»? Quando la nostra illusione di unità viene traumatizzata, lo spazio psichico e relazionale si popola di “frammenti psichici”. Il merito di questo libro è accogliere i frammenti in una visione aperta e al tempo stesso compiuta.

 

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